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Le pandemie e i loro effetti economici nella storia

Le pandemie e i loro effetti economici nella storia

Il coronavirus minaccia non solo la sicurezza personale degli individui, ma anche quella collettiva della società nel suo insieme. Rinchiusi nel limbo delle mura domestiche pensiamo – giustamente – a tutelare per prima cosa la salute. Tutto il resto passa in secondo piano, sospeso, rallentato, trascurato. Ma non scomparso. Prima o poi dovremmo affrontare la questione di quanto può costare una pandemia all’economia mondiale e al sistema economico italiano. Ogni simulazione sul futuro della nostra economia deve fare i conti con le esperienze storiche del passato. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMG) ha identifica tre maggiori pandemie nel XX secolo, che sono: l'influenza spagnola del 1918-19, l'influenza asiatica del 1957-58, e l'influenza di Hong-Kong del 1968-69.

L’influenza spagnola del 1918-19

Il 24 ottobre 1918 a pagina due del Corriere della Sera, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando si diceva intenzionato «a opporsi alle voci intorno a una più larga e intensa manifestazione della forma morbosa epidemica apparsa da noi fin dalla primavera decorsa». Si parlava di una «malattia terribile, misteriosa, ignota nella sua causa e invincibile nei suoi effetti»: era l’influenza spagnola che era emersa in Cina nella primavera del 1918 e si era poi diffusa su tutto il pianeta arrivando a colpire mezzo miliardo di persone, un terzo dell’umanità. Si stima che avesse un tasso di riproduzione simile a quello del coronavirus - ogni contagiato la trasmetteva ad altri due - ma in assenza di antibiotici e ossigenoterapia, in un’Europa prostrata dalla guerra, fu il più grande olocausto nella storia medica: portò alla morte fra venti e cento milioni di persone. La storia ci insegna che l'impatto economico di una pandemia dipende fortemente dalle ipotesi sulla gravità del contagio: secondo i dati del Maddison Project, basato sui lavori dell’economista Angus Maddison, il Pil procapite dell’Europa occidentale era calato del 3,38% nel 1918 e del 5,86% nel 1919, per poi risalire nel 1920 del 4%. In due anni cioè il Pil procapite era crollato del 7,78% (1). L’influenza spagnola aveva decimato soprattutto individui in età adulta e con un sistema immunitario solido, quindi manodopera e consumatori, bloccando al tempo stesso l’offerta dei servizi, la produzione dei beni e il consumo di questi stessi beni. Si verificò una crisi della domanda e dell’offerta. In verità, nei paesi al centro del conflitto bellico (Francia, Belgio, Italia, Germania) - dove i disastri della guerra avevano già provocato una grave crisi economica – gli effetti della pandemia furono poco sentiti. Ma quale fu l’effetto per i paesi che rimasero neutrali durante il primo conflitto mondiale? In uno studio del 2013, i ricercatori Martin Karlsson, Therese Nilsson e Stefan Pichler hanno tentato di identificare gli effetti dell’influenza spagnola sulla “performance economica” della Svezia. Essi innanzitutto hanno dimostrato come i redditi del capitale siano stati gravemente penalizzati e i redditi dei più ricchi, siano diminuiti del 5% durante la pandemia e del 6% dopo. Il panico delle Borse di questi giorni sembra confermare che il nuovo coronavirus potrebbe avere lo stesso impatto. Sempre secondo lo studio citato, la povertà è esplosa a partire dal 1920: per ogni persona deceduta di influenza almeno altre quattro hanno chiesto assistenza agli “ospizi dei poveri”. Secondo Thomas Garrett «i dati suggeriscono che gli effetti economici dell’influenza del 1918 furono a breve termine» ed andarono a risolversi quasi completamente nel giro di un anno o poco più. Gli effetti a lungo termine, legati al calo della forza lavoro disponibile, restano vaghi. Questo dovrebbe rassicurarci? Se, nel 1918-1919, l’influenza spagnola ha avuto un impatto solo relativo sull’economia, il Covid-19, potrebbe rivelarsi ancora più banale? È possibile. Abbiamo esempi di epidemie devastanti, come la peste nera del 1348-1349 e la peste del 1720, che hanno avuto un impatto economico molto negativo sul lungo termine e altrettanti esempi di epidemie terribili che provocarono un calo dell’economia che rientrò rapidamente.




L’influenza asiatica del 1957-58

Del 1957 ricordiamo il lancio dello Sputnik sovietico nello spazio. Ma ci fu anche una pandemia che uccise più di un milione di persone, dopo averne contagiate fra 250 milioni e un miliardo nel mondo. Era l’influenza asiatica, che dopo essere stata rilevata per la prima volta in Cina, giunse lo stesso anno negli Stati Uniti. (2) Per confronto, Covid-19 per ora è stato diagnosticato in più di 94 mila persone e ne ha uccise oltre 3.000; l’Asiatica del ‘57 fu oltre trecento volte più letale (ma fortunatamente molto distante dal numero di vittime dell’influenza del 1918) (3). I giornali ne annunciarono i terribili e salati effetti economici; in realtà venne individuato un vaccino in tempi record, frenando e poi spegnendo la pandemia, che fu dichiarata conclusa nel 1960. Il Pil mondiale si ridusse di 2 punti percentuali rispetto alla crescita prevista, ma l’economia si riprese rapidamente e senza conseguenze negative di lungo periodo.




1968: Influenza Hong Kong (H3N2)

L’influenza di Hong Kong, meglio conosciuta come “influenza spaziale”, si sviluppò nel Sud Est Asiatico, come nel 1957, con una grande epidemia a Hong Kong nel 1968. Questa epidemia fece più di 250 milioni di contagiati e quasi un milione di morti nel mondo. Fu una epidemia dall’impatto mediatico lieve. Quest’ultimo dato è forse da attribuire al momento storico in cui si sviluppò; Infatti, all’epoca la morte e il deperimento umano non era considerato un tabù e nella mentalità delle persone non c’era la convinzione che il corpo umano fosse indistruttibile e giovane per decenni. Possiamo dire che si trattasse di un mondo meno fragile, dato dall’equilibrio meno precario dei mercati e dell’economia. Questa pandemia cosiddetta “mite” ebbe una portata economia contenuta sul Pil mondiale, inferiore all’1 per cento annuo. In sostanza ebbe effetti mediamente negativi sull’economia mondiale che rientrarono abbastanza velocemente.




2002/2003: Sars

La Sars (Severe acute respiratory syndrome) fa parte della famiglia coronavirus che causa una polmonite virale altamente contagiosa e mette in serio pericolo di vita coloro che la contraggono. Come il Covid-19, la Sars ha avuto origine in Cina a fine 2002 (a Foshan, città della provincia di Guandong) e si ritiene che anch’essa abbia avuto origine animale. Fu il medico italiano Carlo Urbani a identificare per la prima volta la malattia. Urbani morì per gli effetti della malattia nel marzo del 2003. Secondo il calcolo dell’Oms, tra il 2002 e il 2003, la Sars ha causato 813 decessi. La Sars ha fornito solo un assaggio, a livello di impatto economico, di quello che potrebbe derivare dall’epidemia che sta colpendo il nostro Paese oggi e tutto il mondo domani. Secondo JongWha Lee, della Korea University, e Warwick McKibbin della Australian National University, in Asia e nelle zone del Pacifico, nei 6 mesi di epidemia, ci fu una perdita economica stimata di circa 40 miliardi di dollari. Anche in Canada, con 438 persone infette e 43 decessi, La Canadian Tourism Commission ha stimato una perdita per l'economia dovuta a questa epidemia di 419 milioni di dollari (4). Proprio come sta succedendo nel nostro momento storico, la Sars ebbe un effetto molto negativo anche sul turismo poiché il numero di voli tra Hong Kong e Stati Uniti fu ridotto del 69%. La Sars provocò un collasso di tipo commerciale, poiché, seppur la Cina, o meglio l’economia cinese sia oggi molto più integrata nell'economia globale di quanto non lo fosse 17 anni fa, generò, nel breve periodo, uno shock forte sia nei consumatori che nelle imprese. Il panico generale ebbe delle ripercussioni sui trasporti e sull'economia del turismo come mai prima di allora, creando una contrazione dell’economia Cinese, da sempre (anche se non come ora) predominante negli scambi internazionali.




In conclusione, in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo e estremamente collegato in modi rapidi, il virus Covid-19 ha potuto spostarsi da un continente all'altro a bordo degli aerei, oltre che dei treni, e ha causato una forte contagiosità in un breve periodo. A livello economico, seppur non si possa ancora stimare con certezza i danni che provocherà a livello globale, ci sono però dei dati che fanno presumere la pesante portata dell’impatto. L’economia cinese è oggi molto più integrata nel sistema economico mondiale sia per ciò che riguarda il Pil che, ad oggi, rappresenta una fetta molto più ampia rispetto a prima (circa il 16%), sia per ciò che riguarda il ruolo commerciale e la domanda di materie prime. Quindi è certo che una contrazione dell’economia cinese sia un grosso problema per l’economia mondiale e la crescita della stessa. Sicuramente se, a livello generale, l’epidemia del breve periodo genera uno shock molto forte data la riduzione di domanda e offerta, sul lungo periodo l’espandersi del panico insito ormai in tutti noi determina un trauma sia dal lato dell’offerta, il quale provoca una minore offerta di lavoro, una conseguente minor produttività e inevitabilmente maggiori costi per le imprese, sia dal lato della domanda con una riduzione più che significativa dei consumi, che nel 2020 offrono un contributo all’economia significativamente più importante che nel 2003, all’epoca della SARS, e rappresentano oggi oltre il 70% della crescita del prodotto interno lordo (PIL) della Cina (a fronte di meno del 40% nel 2003).

Note

  1. Il fatto quotidiano, le conseguenze economiche della Spagnola.

  2. Sapere.it, dalla peste al coronavirus

  3. Corriere della Sera, Dalla «spagnola» alla poliomelite del ‘52, le altre epidemie (che ci facevano meno paura)

  4. ”Prepararsi alla prossima pandemia” di Michael Osterholm

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