Le selezioni ESG spianano la strada alla finanza etica: quando l’investimento sostenibile non è più


A un anno dalla nascita degli indici dedicati a firma MSCI, continuano a sbarcare sui mercati nuovi prodotti ETF ESG, peraltro sempre più evoluti: dopo gli smart beta di Candriam, già disponibili su ETFplus, vede la luce la gamma Lyxor sui più strutturati Select ESG Rating and Trend Leaders

Dal 2016 ad oggi, pur a fronte di AUM ancora molto ridotti, il numero di nuovi prodotti SR sul mercato ha continuato a crescere con una netta preferenza per le gamme ESG broad, ossia quelle più recenti e strutturate rispetto ai più comuni indici tematici.A sostegno di questi investimenti entrano in gioco anche le preferenze di millennials e pubblico femminile, categorie d’investitori notoriamente destinati a giocare un ruolo fondamentale nei prossimi anni ed orientati, secondo le più recenti indagini, ad incrementare la propria esposizione su strumenti e titoli con robuste fondamenta ESG, posizione peraltro condivisa dagli investitori istituzionali. iShares, UBS ma oggi anche BNP, DWS e Lyxor offrono soluzioni dedicate a questo redditizio business cavalcando un rinnovato interesse da parte degli investitori, se non motivato dai potenziali extraprofitti attesi, certo sostenuto, come per altre specifiche categorie di prodotto, dalla ricerca di un argine implicito nei confronti del rischio. Si cerca insomma una minore correlazione con le turbolenze di mercati che, dopo anni, attraversano ora un periodo di cambiamento, ma, forse, questo interesse ha fondamenta anche più profonde, abbastanza solide da esplicitare, come mai prima d’ora, il potenziale della finanza etica. Secondo l’accezione comune, con "finanza etica" si intende quell’approccio che fonda le proprie scelte d’investimento anche su logiche decisionali differenti da quelle prettamente finanziarie integrando, in particolare, dettami etici o moralmente condivisibili. Non si tratta, dunque, di abbandonare le logiche di profitto bensì di perseguire gli stessi obbiettivi, o addirittura risultati più ambiziosi, avvalendosi di strumenti in grado di esplicitare e sfruttare anche il valore aggiunto di determinate variabili, finora rimasto incompreso. Queste variabili sono infatti in grado di influenzare il successo di un investimento finanziario, così come il suo rischio ma, spesso, individuare i canali attraverso cui agiscono risulta complesso così come, a maggior ragione, isolarne gli effetti e quantificarne costi e benefici. Il successo dell’approccio ESG risiede, i primis, proprio nella risposta a questa problematica, individuata nella definizione di criteri oggettivi che permettono la comparazione di migliaia e migliaia di titoli ( 400000 tra equity e bond gli strumenti indagati da MSCI, leader di settore) in riferimento ai risultati mostrati sotto il profilo del rispetto dell’ambiente, sociale (diritti e diversità sul lavoro) e in ambito corporate governance. Così come accade con i più noti factors puramente finanziari come value, quality o size (alla base dell'approccio smart beta), la performance può insomma essere spiegata/migliorata anche attraverso parametri come Environment, Social e Governance (ESG). Nascono così vere e proprie valutazioni di rating ESG in continuo aggiornamento, le quali, come quelle prettamente finanziarie sul merito creditizio, rendono applicabili logiche di scoring e selezioni più o meno restrittive a seconda del livello di sostenibilità obiettivo. L’investitore trova in queste selezioni un’occasione per allineare le dinamiche del suo portafoglio con quelle di trend evidenti come il sempre maggiore ricorso a energie rinnovabili/ottimizzazione di quelle disponibili, l’accresciuta importanza delle dinamiche sociali all’interno delle aziende o come i benefici di una governance solida e condivisa. Le aziende che detengono vantaggi ESG rispetto alla concorrenza sono dunque più solide nel tempo in quanto in grado di valorizzare il proprio capitale oltre che di comprendere e abbracciare il cambiamento. Aggiungendo a queste valutazioni quello che viene definito dai principali index provider un “indice delle controversie”, si riesce a tenere in debita considerazione anche l’impatto potenziale che scandali, cause legali processi mediatici ed altri episodi di rilevanza pubblica (passati o presenti) possono avere su reputazione, operatività e dunque conti dell’azienda coinvolta (si pensi ai danni, tra multe e danni d’immagine, provocati ad un’azienda petrolifera da un episodio a forte impatto ambientale come la fuoriuscita accidentale di petrolio da una nave cisterna). Si tratta di dimensioni di rischio e rendimento delle quali sarebbe altrimenti molto difficile tener conto senza ricorrere a specifici (ma comunque limitati) prodotti di nicchia ma che in ambito ESG pervadono l’intero investimento in qualità di base imprescindibile. Nonostante alcuni primari asset managers abbiano avviato programmi di rating e scoring ESG proprietari (al fine di dotare l’intera gamma prodotti attiva e passiva di queste valutazioni), ad oggi i campioni analizzati da MSCI e Morningstar sono i più vasti e la gamma indici Morgan Stanley certo la più variegata e diffusa. Entrando più nello specifico, è bene innanzitutto chiarire che l’impiego della terminologia ESG ha ormai soppiantato la più tradizionale nomenclatura che raggruppava questi prodotti sotto il nome di "socially responsible", ed è pertanto fondamentale che l’investitore si informi sulla documentazione resa disponibile da issuer e index provider in merito alle specifiche caratteristiche del prodotto che intende acquistare. Nella sua implementazione più semplice, una selezione ESG si limita all’esclusione di taluni settori qualificati come in grado di generare esternalità negative o moralmente discutibili ( quali tabacco, armi, film per adulti, gioco d’azzardo, alcolici , GMOs) per poi offrire molte possibilità diverse, che spaziano dalla semplice esclusione di determinati specifici settori, ad esempio per motivi religiosi, fino a soluzioni che si concentrano su una soltanto delle tre componenti ESG, come quella ambientale ( individuando società con le emissioni di CO2 più ridotte in un determinato settore), o piuttosto sociale, con prodotti che indagano ad esempio le politiche di genere adottate dall’azienda (come nel caso dei più moderni ETF sulla parità di genere). L’approccio ESG nella sua accezione più completa, necessita però del contemporaneo esame di tutti e tre gli ambiti di indagine per una selezione che adotta poi le metodiche di rating e scoring (in taluni casi persino il loro trend) anche per decidere i pesi in portafoglio dei singoli titoli oltre che per individuarli. Naturalmente, basare la selezione esclusivamente sull’analisi di queste caratteristiche porta a discostare non poco la composizione del portafoglio da quella dell’indice originale (sulle cui componenti si applica il filtro ESG). In generale , gli issuers cercano di minimizzare il divario tra i due indici, sia a livello paese che settoriale (la comparazione avviene tra titoli appartenenti allo stesso settore e si mantiene la composizione settoriale % dell’indice di base ), al fine di non compromettere la rappresentatività dell’indice e ridurre il systematic risk che deriva dall’approccio ESG. In generale, gli asset managers già effettuano valutazioni sulla sostenibilità dei titoli oggetto d’investimento e, in taluni casi, come quello francese, sono tenuti per legge alla stesura di report dettagliati in merito, ma queste informazioni rimangono piuttosto soggettive e strettamente dipendenti dai metodi di valutazione adottati nel paese di riferimento o dall’AM stesso. Quando si entra in campo ESG, tanto per fondi comuni che per ETF, il ricorso a benchmark diffusi e condivisi obbliga invece queste valutazioni a convergere verso criteri internazionalmente riconosciuti oggettivando, come mai prima d’ ora, il concetto di sostenibilità dell’investimento nelle sue tre declinazioni (ESG). Se si pensa che, al fine di ricavare e aggiornare nel tempo rating e scoring ESG, la collaborazione delle società stesse risulta un fattore determinante, è facile intuire come valorizzare questo tipo di informazioni possa aiutare a promuovere un sempre maggior livello di disclosure da parte delle aziende e promuovere nel tempo una sorta di circolo virtuoso che porti ad un generale implicito miglioramento delle performance etiche a livello globale. Gli indici emerging sono quelli che pagano maggiormente una minore attenzione/minor disponibilità alla disclosure su queste informazioni, un problema, questo, che si ripercuote anche sugli indici ESG global i quali evidenziano le maggiori divergenze (rispetto ai più noti indici di base) proprio su questi paesi. Tuttavia, proprio sull’equity emergente si trovano anche opportunità tra le più interessanti per un approccio in grado di ridurre la volatilità di un portafoglio senza precludere le opportunità di profitto. Lyxor AM, da anni uno degli issuers più attenti alla tematica SR, ma tra gli ultimi ad entrare nel settore ETF ESG con una gamma prodotti dedicata, ha però deciso di puntare proprio su questi paesi per il suo debutto con il lancio sul circuito Xetra, nel marzo scorso, del Lyxor MSCI EM ESG Trend Leaders UCITS ETF, replicante il MSCI EM Select ESG Rating and Trend Leaders index. Il benchmark, cerca di affinare ulteriormente la selezione dei titoli con le migliori valutazioni ESG osservando, per la prima volta, anche l’evoluzione delle stesse nel tempo per poi assegnare un peso superiore in portafoglio a quelle aziende per le quali si evidenzia un trend del rating ESG in miglioramento. Si ottiene una maggiore tutela per l’investitore che vuole sfruttare i risultati sopra la media dell’equity emergente di qualità senza pagare il prezzo di un’eccessiva volatilità e di mercati non ancora maturi. Peraltro, in un momento storico nel quale paesi come la Cina avviano un processo di apertura e liberalizzazione senza precedenti (con tutte le incognite del caso) le aziende che meglio sapranno qualificarsi come ottimamente posizionate anche sotto un profilo ESG incontreranno certo il favore di investitori più sofisticati e meno interessati alla speculazione. L’applicazione dell’approccio ESG all’equity emergente consente oggi anche di beneficiare dei robusti e poliennali programmi d’investimento governativi suscettibili di impattare sul piano ambientale, mentre, per quanto riguarda l’ambito sociale, le migliorate condizioni lavorative in alcuni di questi paesi sono già un dato di fatto e un imprescindibile requisito per l’immagine delle società a livello internazionale. Nel caso del prodotto firmato Lyxor, il peso dei vari settori è spinto a convergere verso quanto osservato nell’indice di base (50% della capitalizzazione di ciascuno di essi). L’indice di base è aggiornato nelle sue componenti con cadenza semestrale mentre l’indice ESG viene rivisto annualmente. Il prodotto non distribuisce dividendi e le commissioni annue sono fissate allo 0.30%. Le selezioni ESG, ad oggi, non si distinguono come le più economiche del mercato, ma evidenziano piuttosto regimi commissionali assimilabili a quelli dei prodotti smart beta, con i quali, del resto, condividono anche la minor correlazione con il mercato. Non limitarsi ad una selezione di titoli con alto rating ESG ma prendere piuttosto in considerazione anche il trend di queste valutazioni è una scelta che Lyxor decide di far propria anche per quanto riguarda la gamma ESG developed countries, lanciata da pochi giorni, e consistente in tre nuovi prodotti ossia Lyxor MSCI World ESG Trend Leaders UCITS ETF (MSCI World Select ESG Rating and Trend Leaders Index), Lyxor MSCI USA ESG Leaders UCITS ETF (MSCI USA Select ESG Rating and Trend Leaders Index) e Lyxor MSCI EMU ESG Trend Leaders (MSCI EMU Select ESG Rating and Trend Leaders Index). Le commissioni richieste variano dallo 0.30% richiesto dal prodotto con esposizione globale fino allo 0.25% e 0.20% necessari rispettivamente per un’esposizione con focus USA o EMU. Restiamo in attesa dello sbarco su Borsa Italiana per un’indagine più completa della nuova gamma prodotto.

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