Perché in giro ci sono ancora 7mila miliardi di “bond sottozero”? La risposta è: Amazonification


La caduta dei tassi delle obbligazioni risulta a dir poco spettacolare e, in termini percentuali, in poco meno di 30 anni i tassi globali sono crollati dell’80%.

La gran parte di questa caduta è originata dal contestuale crollo dell’inflazione. Nel 1990 l’inflazione globale si attestava al 9,3%: oggi siamo all’1,66%. Tutto torna, quindi, quando si ragiona in termini di rendimenti reali, ovvero depurati per il tasso di inflazione.

A inizio anno gli investitori hanno puntato secco sul “reflation trade”, cioè hanno scommesso sul fatto che un po’ in tutto il mondo l’inflazione ripartisse di buona lena dopo anni di calma piatta se non di dietrofront nel processo macroeconomico opposto: la deflazione. Questo ha portato i rendimenti delle obbligazioni a salire. In poche settimane però questo “reflation trade” ha perso smalto e sui titoli di Stato sono tornati gli acquisti, con contestuale calo dei rendimenti (che si muovono in direzione opposta rispetto ai prezzi e quindi scendono quando la domanda di titoli è superiore all’offerta).

Gli investitori non credono fino in fondo alla ripartenza dell’inflazione e al “reflation trade”. Le pressioni deflazionistiche sono ancora tante: dalla pressione globale al ribasso dei salari innescata dalla globalizzazione (alcuni hanno ribattezzato questo fenomeno “Amazonification”) allo sviluppo pervasivo delle tecnologie che esercitano anche una pressione al ribasso sui prezzi.

Lo dimostra il fatto che i mercati finanziari sono pieni zeppi di titoli a rendimento negativo. Dal picco di 10mila dollari del 2016 siamo scesi ora intorno ai 7mila miliardi.


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